San Cataldo
Storie di Taranto

San Cataldo, la Storia del vescovo irlandese diventato un’icona

Un monaco irlandese diventato santo, poi patrono, tra le altre città di Taranto e di Corato in provincia di Bari, e leggenda popolare: questo è San Cataldo.

San Cataldo è stato un vescovo irlandese, canonizzato e diventato patrono di numerose città italiane

« Quando è il giorno di San Cataldo, passa il freddo e viene il caldo »

proverbio tarantino legato a san cataldo, celebrato il 10 maggio

La storia di San Cataldo

Figlio di Euco Sambiak e Aclena Milar, nacque nel Munster, la provincia sud occidentale irlandese, tra il 610 e il 620, e sempre educato alla fede cristiana dai genitori, convertitisi grazie alla presenza di alcuni missionari giunti dalla Gallia (l’attuale zona geografica che oggi identifichiamo come Francia, Olanda e Belgio).

L’attuale statua di San Cataldo a Taranto

Secondo la leggenda un mago vide un’enorme fascio di luce illuminare il castello in cui la famiglia Sambiak viveva, ed interpretò il segnale come un segnale divino.

Sin da ragazzo si distinse per seguire pedissequamente gli insegnamenti dei genitori riguardo la carità e l’assoluta devozione a Dio ed alla loro morte donò la sua eredità alle persone più bisognose della zona, affinché vivessero una vita più dignitosa, e si unì al monastero di Lismore, sempre nel Munster.

In questo contesto conobbe il monaco Carthagh, o Cartaco, che è ritenuto il fondatore dell’abbazia in questione e promotore della fede in terra gaelica, tant’è che fu canonizzato santo da Papa Leone XIII nel 1902.

I due strinsero un legame forte, figlio della profonda spiritualità di entrambi, e divennero in breve tempo un maestro ed un allievo inseparabili, fino alla morte dell’abate, nel 637.

Da questa data a Cataldo, giovanissimo, fu affidato il compito di guidare il monastero ed i monaci.

La sua carriera in ambito ecclesiastico però non sembrò terminare in quel momento, dopo aver raggiunto quel traguardo così significativo, infatti nel 670 divenne vescovo.

Con il passare degli anni la sua missione di ricerca della Verità, lo portò a visitare Gerusalemme e tutta la Terra Santa come pellegrino.

Fu in questo luogo sacro che avvenne il miracolo.

Durante una visita di preghiera sul Santo Sepolcro, Gesù apparve a Cataldo, dicendogli di occuparsi di Taranto, città ormai morente e decadente sotto il profilo spirituale ed evangelico.

La leggenda racconta di come il futuro Santo partì su una nave greca per dirigersi in Puglia, arrivando prima, per ovvi motivi geografici, sulla costa Adriatica, nei pressi di Lecce, nella baia che oggi conosciamo come “Marina di San Cataldo“, poi finalmente a Taranto, attraversando la penisola salentina e rimettendosi in mare.

Nella zona del Mar Grande, si racconta, di come durante il viaggio il vento impetuoso ed il mare agitato rendessero impossibile la navigazione, quindi il vescovo irlandese si tolse un anello dalla mano e lo gettò in acqua, per placare la tempesta, riuscendo non solo nell’impresa, ma anche creando un citro, una volta che l’oggetto raggiunse la sabbia infatti si generò una sorgente di acqua dolce nel mare, quello che sarebbe diventato poi il “segreto” dell’unicità delle cozze tarantine.

L’attuale cappella di San Cataldo in cui sono contenuti i suoi resti, è denominata “il Cappellone”

San Cataldo non fu clemente e perseguì la sua missione con fermezza, abbattendo i templi pagani della città ed evangelizzando le masse, ma anche con la carità che lo aveva contraddistinto, aiutando le famiglie in difficoltà e liberando dalla peste un paese nel Barese, Corato.

Il monaco d’Irlanda divenne un Santo in terra per gli abitanti della città e quando morì, nella sua “seconda casa“, nel 685, rimase in questo luogo, volendo essere seppellito, come da tradizione, sotto il pavimento del duomo, nell’Isola.

La sua tomba però fu ritrovata solo il 10 maggio del 1071, quando il vescovo Drogone volle ricostruire la cattedrale, e parte della cittadina, dopo l’invasione saracena del 927, con una scritta inequivocabile: “Cataldus“.

Attualmente le sue reliquie sono presenti nella chiesa, nella cappella denominata “il Cappellone“.

Il duomo di San Cataldo a Taranto

Fonti:

San Cataldo di Rachau

Cosimo d’Angela, “Una scoperta altomedievale nella cattedrale di Taranto”, in Di Cosimo Damiano Fonseca, Vito Sivo, Giosuè Musca ed., Studi in onore di Giosuè Musca, Edizioni Dedalo

Capitolo Metropolitano di Taranto (a cura di), Alle radici del culto di San Cataldo, Taranto, 1997

San Cataldo vescovo, di Graziano Pesenti edito da Elledici, 2015

Chi siamoFederico D'Addato

Fondatore di Apuli, animato dal desiderio di raccontare la mia terra.

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