Leonida di Taranto
Storie di Taranto

Leonida di Taranto, il poeta costretto a vivere lontano dalla sua città

Vissuto nel IV secolo a.C. il poeta Leonida di Taranto visse, sulla sua stessa pelle, il dolore di essere costretti a vivere lontani dalla propria terra.

Lasciare tutto e partire è un momento carico di emozioni, alcune positive e altre un po’ meno, specialmente quando questa scelta è la conseguenza di un’imposizione esterna, come nel suo caso.

Il suoi scritti ci conducono in questo percorso, tra amarezza e nostalgia, mediante un filo storico emotivo che, nonostante i tanti anni, resta sempre attuale e non si spezza mai.

Leonida di Taranto: il poeta degli umili

Leonida di Taranto

Nato a Taranto probabilmente intorno al 340 a.C., Leonida si contraddistinse per il suo spirito avventuroso, il suo essere uomo libero e di famiglia libera, nonostante la povertà.

Molto legato alla sua terra, verso la fine del IV secolo, per ragioni non del tutto chiare, fu costretto ad esiliare dalla sua amata città, vagabondando un po’ ovunque, nel Peloponneso, in Epiro, fino a morire, intorno al 260 a.C. ad Alessandria d’Egitto.

Dei suoi componimenti ci sono pervenuti 98 epigrammi, grazie ai quali è possibile ricostruire la sua persona, contenuti nell’Antologia Palatina, celebre raccolta di circa 3700 epigrammi, il cui nome deriva dalla biblioteca Palatina di Heidelberg, dove fu scoperto l’unico manoscritto alla fine del XIV secolo.

Tra i tantissimi meritevoli poeti, diversissimi per cultura, stile, periodo storico, a cui sono state attribuite le diverse composizioni, emerge con fierezza il nome di Leonida di Taranto.

Antologia Palatina (pag. 101), University Library Heidelberg, composta da Leonida di Taranto

Definito come il “poeta degli umili”, i protagonisti delle sue composizioni furono giocatori d’azzardo, filatrici, disoccupati: gente semplice e comune e, forse proprio per questo, come lo stesso autore, capace di apprezzare e lodare le cose semplici.

Raffigurazione tratta dal vol. II dell’Antologia Palatina che ho preso in esame (Einaudi Editore, 1979)

La gente laboriosa tarantina viene profondamente commemorata, con sincero affetto, dal popolare poeta, come il celebre empigramma dedicato alla grande lavoratrice Plàttice, una filatrice instancabile che morì, all’età di ottanta anni, dopo aver lavorato instancabilmente giorno e notte, con precisione e garbo, mettendo da parte ogni estenuazione e combattendo contro la miseria, con grande dignità:

«Spesso il sonno cacciò di mattina e di sera la vecchia

Plàttide, all’erta contro la miseria.

Sulla canocchia e sul fuso compagno dell’opera, spesso

cantò, presso la soglia dei canuti,

e fino all’alba al telaio facendo la spola – una corsa

lunga d’Atena e delle Grazie insieme –

o sul ginocchio grinzoso grinzosa girando, con garbo,

la matassa bastevole alla trama.

Plàttide, che così bei tessuti tessé così bene,

vide, ottantenne, l’acqua d’Acheronte».

(A. P., Liber VII, 726 di Leonida di Taranto).

Epigramma 726, La tessitrice, A. P.

Il dolore dell’esilio

Ciò che, tuttavia, marchiò il senso della sua esistenza fu l’esilio vissuto lontano dalla sua patria.

Sono varie le composizioni cariche di amarezza e nostalgia per la sua amata Taranto, specialmente durante gli ultimi anni della sua vita.

«Giaccio. Tanto lontana l’Italia e lontana la patria,

Taranto – un cruccio amaro più di morte.

Dei vagabondi vita non-vita. Per me, dalle Muse

diletto, in cambio di tristezze, un miele.

Né di Leonida, il nome sbiadì: fino all’ultimo sole

lo proclamano i doni delle Muse».

(A. P. Liber VII, 715)

Leonida di Taranto
Epigramma 715, Il nome, A. P.

Un poeta vagabondo, condannato a vivere una non-vita, sdradicato dalla sua città, la cui fuga, inizialmente interpretata come un dono offertogli dalle Muse per sfuggire alla conquista romana di Taras, si rivelò essere un’amara condanna.

 Nonostante durante il periodo in cui visse Leonida, la città di Taranto affrontò una serie di guerre contro Messapi, Iapigi e Lucani, che la indebolirono, essa aveva sempre il suo fascino.

«La Parigi del mondo antico» come definita da Ettore Pais, con il suo porto accogliente e ricco di navi, con la sua gente calorosa.

Frammento con epigramma di Leonida di Taranto

Un inno alla vita

Con i suoi versi carichi di realismo e sentimentalismo, Leonida riuscì a suscitare la curiosità di importanti poeti postumi come Salvatore Quasimodo (1901-1968), il quale in occasione delle celebrazioni promosse dall’Amministrazione Provinciale di Taranto con la Collaborazione del Circolo di Cultura, tra il dicembre del 1996 e il marzo del 1967, scrisse un saggio su di lui.

Un «ritratto-autoritratto di Leonida-Quasimodo» in quanto l’autore si occupò della traduzione di alcuni epigrammi di Leonida, facendoli e sentendoli propri, avendo anche lui vissuto, sulla sua pelle, il dolore dell’esilio.

Da tale saggio emerge un’aperta ammirazione per il poeta tarantino, per il suo non perdersi mai d’animo, andando oltre la sofferenza e la solitudine, per accogliere la vita così come si presenta, caduca ed effimera, come la medesima condizione umana.

Di seguito, la traduzione dell’epigramma 472 di Leonida ad opera di Salvatore Quasimodo:

«…Tu vedi, uomo, come tutto

è vano: all’estremo del filo, già

c’è un verme sulla trama non tessuta

della spola. Il tuo scheletro è più tetro

di quello d’un ragno. Ma tu, che giorno

dopo giorno cerchi in te stesso, vivi

con lievi pensieri, e ricorda solo

di che paglia sei fatto»

Un filo indistruttibile

Rileggere i suoi versi, dopo così tanti anni, risulta essere, oggi, più attuale che mai.

In un periodo storico, come quello che stiamo vivendo, caratterizzato da poca mobilità, in cui non è concesso andare dove si vorrebbe, di paura e di viaggio tra i ricordi, sentimenti umani come il legame con la propria terra e la nostalgia di certi affetti trascendono oltre tremila anni.

Oltrepassano ogni epoca e si appellano al cuore di ognuno, in quella dimensione insita e nascosta, propria di ogni uomo in quanto tale.

Fonti

Antologia Palatina, a cura di F. M. Pontani, vol. 2, Giulio Einaudi Editore, Torino 1979.

E. Degani, L’Epigramma.

A. Galeone, Leonida il dolce poeta di Taranto, in «Rassegna Comune di Taranto», n. 5-6 (1934), XII.

S. Quasimodo, Leonida da Taranto, Piero Lacaita Editore, Manduria 1969.

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