Emanuele Basile
Storie di Taranto

Emanuele Basile, il carabiniere tarantino ucciso da Cosa Nostra

Non si può, per decenza, rispetto e morale, parlare degli eroi e delle Storie di Puglia senza celebrarne i suoi eroi, fra cui Emanuele Basile.

«Comandante di Compagnia distaccata, già distintosi in precedenti, rischiose operazioni di servizio, si impegnava, pur consapevole dei pericoli cui si esponeva, in prolungate e difficili indagini, in ambiente caratterizzato da tradizionale omertà, che portavano alla individuazione e all’arresto di numerosi e pericolosi aderenti ad organizzazioni mafiose operanti anche a livello internazionale. Proditoriamente fatto segno a colpi d’arma da fuoco in un vile agguato tesogli da tre malfattori, immolava la sua giovane esistenza ai più nobili ideali di giustizia ed assoluta dedizione al dovere. Monreale (Palermo), 4 maggio 1980.»

Sandro Pertini, 14 maggio 1982

Medaglia d’oro al valor civile alla memoria

La storia di Emanuele Basile

Vivere votati agli altri, la più grande virtù di un uomo.

Emanuele Basile non solo la possedeva per come viene ricordato, ma anche per la sua storia, la sua vita.

Terzo di cinque figli, nasce a Taranto il 2 luglio del 1949, giovanissimo intraprende la carriera universitaria scegliendo Medicina, salvo poi intraprendere la strada militare, entrando nell‘Arma dei Carabinieri.

Emanuele Basile, il carabiniere tarantino ucciso dalla mafia per paura

Il suo valore viene riconosciuto dai superiori, che lo inviano a Sestri Levante, in provincia di Genova, affidandogli il comando della compagnia locale.

Successiva meta è però la Sicilia, terra in cui il clan dei corleonesi di Liggio, Salvatore “Totò” Riina e Bernardo Provenzano, sta procedendo verso una rapida ascesa ai vertici del mondo criminale.

Durante questo periodo collabora a stretto contatto con Boris Giuliano, il dirigente della Squadra Mobile di Palermo già dal 20 ottobre 1976. Giuliano era, ed è, un eroe italiano, dal momento che già durante quegli anni si rese protagonista attraverso studio, ricerche e metodi innovativi per l’epoca, dell’arresto di molti latitanti dell’epoca.

Prima di essere ucciso da Leoluca Bagarella, parente di Riina, il 21 luglio 1979, a Palermo, in un’escalation di crimini, violenza e cruenza che sarebbe terminata molti anni dopo.

In seguito Boris venne riconosciuto vittima del dovere e gli fu conferita la Medaglia d’Oro al Valor Civile alla Memoria ed ancora oggi l’edificio che ospita gli uffici della Squadra Mobile di Palermo è intitolato alla sua memoria.

Boris Giuliano, vittima di mafia e Medaglia d’Oro al Valor Civile alla Memoria

Basile in Sicilia

Il tarantino non esita a farsi notare continuando ad indagare, scoprendo trame, trovando prove, nonostante il clima di paura e terrore presente.

Riesce, con dedizione, a chiudere il cerchio che conduce al così detto “odore dei soldi“, il motore che spinge le organizzazioni criminali, partendo dallo spaccio a dei movimenti bancari sospetti, passando per il riciclaggio, gli omicidi, costruendo il percorso del clan e dei tentacoli che via via aumentavano di numero e di potenza.

Decise dunque di compiere una scelta coraggiosa, morale, etica, legale, giusta. Attendere ed avanzare un mandato d’arresto d’iniziativa in flagranza, il 6 febbraio 1980, per il già citato Leoluca Bagarella, Antonino Gioé, Antonino Marchese, Francesco Di Carlo ed altri malviventi, nonché alla scrittura di un rapporto completo, il 16 aprile 1980, sulle attività delle famiglie che avevano come esponente di zenith Salvatore Riina.

Il rapporto è l’ultimo atto scritto dal carabiniere e fu consegnato al giudice Paolo Borsellino.

Paolo Borsellino è, insieme a Giovanni Falcone, uno dei magistrati che si occuparono della scoperta e dell’avvio dei processi per mafia, fu assassinato dalla stessa organizzazione criminale nel 1992. Era amico di Emanuele Basile ed era presente quando è spirato.

La morte di Emanuele Basile

Svolgere il proprio lavoro con senso di legalità e giustizia può, in alcuni casi, essere fatale, ma uomini come Emanuele Basile ne sono sempre stati consapevoli, considerando il valore come punto più alto, l’onore come parte fondante di sé stessi, insieme all’amore per il proprio Paese. E darebbero, come hanno fatto, la propria vita per “ripulirlo”.

Domenica, 4 maggio 1980, durante la festa del Santissimo Crocifisso, patrono della città di Monreale, dopo la funzione religiosa Emanuele torna a casa, a notte ormai tarda.

Con lui c’è la sua famiglia, sua moglie, Silvana, e sua figlia Barbara, di quattro anni, che sonnecchia in braccio al padre.

I tre camminano, passando per via Pietro Novelli, finché un assassino della mafia, accompagnato dai suoi sodali, non compare, gli spara alle spalle e scappa. Silvana aveva cercato, inutilmente, di salvare il marito dai colpi esplosi, da successivi controlli infatti risulterà come la sua vita sia stata salvata da un’agendina con la copertina d’argento, che si era interposta tra il proiettile e la consorte del carabiniere.

L’agenda era un regalo di Emanuele.

Prontamente i tre finiscono in ospedale, a Palermo, dove Borsellino raggiungerà il collega. Dopo numerosi tentativi dei medici e della moglie, Emanuele muore.

Il saluto e la giustizia

Quando la notizia giunge a Taranto, dall’anziana mamma di Emanuele, per motivi di tatto, si edulcorarono i particolari, tant’è che solo giunta a Palermo la signora si trovò di fronte all’amara verità.

All’oscuro anche la piccola Barbara, che, come raccontò la moglie Silvana:

“Mamma, ma papà dov’è? È chiuso

lì dentro in mezzo ai fiori? E io a dirle: no, papà non è lì, ha piccole ferite, lo stanno

curando”

Silvana basile

I Carabinieri che appena ricevuta la notizia della sparatoria si recarono sul posto, identificarono degli ipotetici colpevoli, avviando le indagini.

Tuttavia nel processo in primo grado questi indiziati vennero assolti, generando l’ira della vedova, che dichiarerà: “mi sarebbe venuta voglia di armarmi e farmi giustizia da sola“.

Secondo e Terzo grado giudiziario invece condanneranno all’ergastolo non solo gli autori del tremendo atto, ma anche tutta la “cupola“, tutti i mandanti, identificati come i vertici del clan corleonese e palermitano.

Trent’un anni dopo la sua dipartita l’Università di Palermo gli ha conferito la Laurea in Giurisprudenza ad honorem “quale testimone autentico di assoluta fedeltà alla Repubblica e paladino degli ideali su cui si basa l’ordinamento democratico”.

Oggi, una scuola a Taranto ed una caserma a Massafra portano il nome di Emanuele Basile, a Ginosa e a Manduria invece i presidi dell’associazione antimafia “Libera” portano il suo nome, il comune di Monreale invece gli ha concesso la cittadinanza onoraria.

Fonti:

Nomi da non dimenticare

4 maggio 1980 L’AGGUATO AL CAPITANO EMANUELE BASILE

Fondazione Progetto Legalità Onlus in memoria di Paolo Borsellino e di tutte le altre vittime della mafia, La memoria ritrovata. Storie delle vittime della mafia raccontate dalle scuole, Palumbo Editore, 2005.

Chi siamoFederico D'Addato

Fondatore di Apuli, animato dal desiderio di raccontare la mia terra.

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